
Brugine, maggio 2012. La cementificazione delle aree agricole.
Questa foto è un emblema, un simbolo dell’uso del territorio di questi anni. Un enorme cartello piantato su un terreno agricolo che avvisa l’imminente costruzione di edifici. Essa simboleggia la cementificazione del paese di questi anni che ha deteriorato ogni aspetto dei territori. Un cartello, esteticamente invadente, si impone non solo sull’intorno paesaggistico, ma soprattutto sul passante: il destinatario del messaggio pubblicitario-commerciale, cioè su qualsiasi persona che potenzialmente può diventare un cliente. La presenza del cartello è quella di trasmettere un messaggio, ed è ‘gridato’ per via delle dimensioni e del linguaggio fotografico, per imporsi con più convinzione a chi lo legge e cercare di indurlo all’acquisto; si cerca di indurre all’acquisto di abitazioni che ancora non hanno visto la prima pietra.
E’ la prassi edilizia che caratterizza gli anni della cementificazione: vendere un prodotto, una casa, che ancora non esiste.
Dietro questo metodo commerciale vi è la difficoltà di vendere gli edifici una volta costruiti, tanto da lasciarne quasi sempre una parte invenduti; e tutto ciò contribuisce ad aumentare il patrimonio di abitazioni vuote e non utilizzate. Questo è successo negli ultimi anni di boom edilizio e questo ancora succede in questo periodo di crisi. Si è costruito troppo e si continua a costruire per vendere solo una parte, con le conseguenze che ricadono in molti aspetti: nella qualità del paesaggio innanzitutto, che vuol dire qualità della vita: aria inquinata, scarsità dell’acqua, perdita di suolo agricolo, impermeabilizzazione, allagamenti, microclima alterato, traffico, malattie, ecc..
Non ci soffermiamo ad analizzare ogni aspetto di queste esternalità negative, ma ci interessa mettere in rilievo che è giunto il momento di una svolta. Si tratta di riconsiderare le aree agricole non più come spazi da sfruttare, da riconvertire in lotti edificabili con l’assenso della politica, indifferente al buon uso virtuoso del territorio; ma invece di considerarle come beni primari per l’esistenza (in quanto sedi della produzione di cibo) e della vivibilità di una comunità; gli spazi aperti rendono meno soffocanti i centri abitati, contribuiscono a creare e mantenere il paesaggio agrario, elemento che contraddistingue un territorio ai fini di un turismo rurale; contribuiscono alla salubrità dell’ambiente; offrono una diversificazione economica (agricoltura, turismo, commercio); in definitiva sono una risorsa da preservare come beni primari e beni comuni di un territorio.
In questo quadro è sicuramente da sostenere l’iniziativa denominata ‘salviamo il paesaggio’ nata per contrastare la cementificazione in atto in ogni comune e che ha fatto il nostro paese terreno di conquista per speculazioni immobiliari, sede di infrastrutture spesso superflue e ridotto il nord del paese nella regione più inquinata d’Europa. L’iniziativa mira a censire il patrimonio edilizio vuoto e non utilizzato in modo tale da indirizzare, con la partecipazione dei cittadini, ad un nuovo assetto urbanistico, dove la priorità è quella di sfruttare l’esistente evitando di occupare nuove aree. Questo perché il suolo, il territorio, il paesaggio e le risorse sono un patrimonio da preservare, da non erodere come qualsiasi prodotto; e le autorità pubbliche devono diventare custodi e garanti della loro integrità. Così ogni atto di pianificazione, le nuove iniziative, varianti, ecc.., deve essere preceduto da un monitoraggio della situazione edilizia e dalle superfici del territorio.
E’ giunto il momento di impegnarsi in una nuova direzione dell’uso di questo bene primario: le aree agricole. Questo non significa bloccare qualsiasi attività edilizia o economica, ma avviare un nuovo percorso di pianificazione con una nuova visione nell’uso dello spazio. Un nuovo percorso che rivaluti quello che la Costituzione sancisce all’art. 9. Difendere il paesaggio e le aree agricole significa percorrere la strada della vivibilità dei territori.
Pubblicato da mirco fornasiero 




