Salviamo il paesaggio

22 maggio 2012

Brugine, maggio 2012. La cementificazione delle aree agricole.

Questa foto è un emblema, un simbolo dell’uso del territorio di questi anni. Un enorme cartello piantato su un terreno agricolo che avvisa l’imminente costruzione di edifici. Essa simboleggia la cementificazione del paese di questi anni che ha deteriorato ogni aspetto dei territori. Un cartello, esteticamente invadente, si impone non solo sull’intorno paesaggistico, ma soprattutto sul passante: il destinatario del messaggio pubblicitario-commerciale, cioè su qualsiasi persona che potenzialmente può diventare un cliente. La presenza del cartello è quella di trasmettere un messaggio, ed è ‘gridato’ per via delle dimensioni e del linguaggio fotografico, per imporsi con più convinzione a chi lo legge e cercare di indurlo all’acquisto; si cerca di indurre all’acquisto di abitazioni che ancora non hanno visto la prima pietra.

E’ la prassi edilizia che caratterizza gli anni della cementificazione: vendere un prodotto, una casa, che ancora non esiste.

Dietro questo metodo commerciale vi è la difficoltà di vendere gli edifici una volta costruiti, tanto da lasciarne quasi sempre una parte invenduti; e tutto ciò contribuisce ad aumentare il patrimonio di abitazioni vuote e non utilizzate. Questo è successo negli ultimi anni di boom edilizio e questo ancora succede in questo periodo di crisi. Si è costruito troppo e si continua a costruire per vendere solo una parte, con le conseguenze che ricadono in molti aspetti: nella qualità del paesaggio innanzitutto, che vuol dire qualità della vita: aria inquinata, scarsità dell’acqua, perdita di suolo agricolo, impermeabilizzazione, allagamenti, microclima alterato, traffico, malattie, ecc..

Non ci soffermiamo ad analizzare ogni aspetto di queste esternalità negative, ma ci interessa mettere in rilievo che è giunto il momento di una svolta. Si tratta di riconsiderare le aree agricole non più come spazi da sfruttare, da riconvertire in lotti edificabili con l’assenso della politica, indifferente al buon uso virtuoso del territorio; ma invece di considerarle come beni primari per l’esistenza (in quanto sedi della produzione di cibo) e della vivibilità di una comunità; gli spazi aperti rendono meno soffocanti i centri abitati, contribuiscono a creare e mantenere il paesaggio agrario, elemento che contraddistingue un territorio ai fini di un turismo rurale; contribuiscono alla salubrità dell’ambiente; offrono una diversificazione economica (agricoltura, turismo, commercio); in definitiva sono una risorsa da preservare come beni primari e beni comuni di un territorio.

In questo quadro è sicuramente da sostenere l’iniziativa denominata ‘salviamo il paesaggio’ nata per contrastare la cementificazione in atto in ogni comune e che ha fatto il nostro paese terreno di conquista per speculazioni immobiliari, sede di infrastrutture spesso superflue e ridotto il nord del paese nella regione più inquinata d’Europa. L’iniziativa mira a censire il patrimonio edilizio vuoto e non utilizzato in modo tale da indirizzare, con la partecipazione dei cittadini, ad un nuovo assetto urbanistico, dove la priorità è quella di sfruttare l’esistente evitando di occupare nuove aree. Questo perché il suolo, il territorio, il paesaggio e le risorse sono un patrimonio da preservare, da non erodere come qualsiasi prodotto; e le autorità pubbliche devono diventare custodi e garanti della loro integrità. Così ogni atto di pianificazione, le nuove iniziative, varianti, ecc.., deve essere preceduto da un monitoraggio della situazione edilizia e dalle superfici del territorio.

E’ giunto il momento di impegnarsi in una nuova direzione dell’uso di questo bene primario: le aree agricole. Questo non significa bloccare qualsiasi attività edilizia o economica, ma avviare un nuovo percorso di pianificazione con una nuova visione nell’uso dello spazio. Un nuovo percorso che rivaluti quello che la Costituzione sancisce all’art. 9. Difendere il paesaggio e le aree agricole significa percorrere la strada della vivibilità dei territori.


La tragedia di Correzzola

9 maggio 2012

Riflettiamo sulla tragedia di Correzzola dove un ladro è stato ucciso dal titolare di una tabaccheria. I particolari ancora non si conoscono e sono allo studio della magistratura. Un furto e una morte, questo è il sunto dell’accaduto. Le nostre considerazioni potrebbero essere: la sicurezza è un problema reale e i politici di questi anni nulla hanno fatto; i cittadini sono lasciati soli in balia di stranieri senza documenti; il territorio non è controllato, non siamo padroni a casa nostra. Dov’è la sicurezza del territorio tanto strillata da quei politici che per anni hanno sbandierato la tolleranza zero, sicurezza e altre parole parole d’ordine se i risultati sono questi? Ma questo non è il mio pensiero. Queste sarebbero solo esclamazioni populiste che invece sono state sostenute per anni dai politici che ora sono al governo delle amministrazioni locali e che per anni hanno fatto di questo tema e di queste vicende, propaganda di partito, inculcando nel cittadino comune l’emergenza della sicurezza; la sicurezza assoluta e la paura di qualsiasi, di ogni estraneo (non solo straniero), di chi non sta dalla propria parte, in definitiva di colui che sta al di fuori di noi e delle nostre abitudini.

Il tema della sicurezza personale è stato fatto proprio nei programmi di partito tanto da raccogliere consensi e voti, salvo poi scoprire una volta ricevuta la responsabilità di governo che il tema è molto più complesso di una facile dichiarazione da campagna elettorale. E’ questo il primo aspetto che emerge da questa tragica vicenda: quello legato alla strumentalizzazione politica dei fatti di delinquenza comune. Per questi politici strumentalizzare è facile e alla lunga conveniente, ma risolvere il problema è molto più difficile.

Il comandante provinciale dei carabinieri ci conferma che in questi quattro mesi di questo inizio anno sono avvenuti solo due furti in tutto il comune di Correzzola; più di 5.00 abitanti che in quattro mesi hanno subito due furti. Eppure si grida all’emergenza sicurezza, alla paura costante che pervade il territorio. Questa paura, essendo scientificamente non giustificata, è la risposta irrazionale alla propaganda di paura: la paura che genera paura; la drammatizzazione ripetitiva di questi temi crea la percezione di una realtà che non esiste.

Troppo spesso poi si commenta questi fatti di cronaca cadendo in osservazioni semplicistiche e pericolose. Un noto intellettuale dalle pagine locali ci fa sapere che l’omicida del ladro sono i suoi complici e che il tabaccaio ha sparato per giustizia in quanto lo Stato non è riuscito a difenderlo. La peculiarità di quell’editoriale sta nel giustificare la giustizia fai da te; essa è accettabile perché praticata da un onesto lavoratore, con famiglia e angosciato dalle difficoltà della crisi. Sostenere questo, seppure velatamente, cioè che la rettitudine civica giustifica l’uso delle armi, è portare la società dritta dritta alla barbarie. La giustizia, per essere tale, deve essere fatta da un soggetto terzo, non da chi è coinvolto nell’accaduto.

Ma queste posizioni vengono sostenute perché si cerca sempre di prendere una parte. In effetti tutto ciò che dilaga nelle discussioni in rete, negli altri media o in qualsiasi luogo del quotidiano, è caratterizzato dall’affermare da quale parte si sta: con il ladro morto o col tabaccaio che ha sparato? Perché mai bisogna affrettarsi a prendere una parte se non conosciamo innanzitutto i particolari della vicenda? E poi, un furto di sigarette merita la morte di un ladro? Un furto di sigarette presso un onesto tabaccaio, chiama la morte di un ventenne venuto da un paese straniero in qualche modo e chissà in quale altro modo lavorava di giorno, per imbrattare quel vestiario che ancora indossava? Ecco che si incrociano la storia di un normale cittadino di paese e la storia di un disgraziato ventenne; a questo si riduce questa tragedia. L’incrocio di due storie differenti che dovremmo imparare a conoscere e rifletterci sopra, prima di sentenziare e auspicare una società delle armi e della giustizia fai da te.



La mobilità e gli incidenti stradali: i ciclisti

19 aprile 2012

Non capita spesso che alla mobilità ciclistica siano riservate prime pagine e un largo spazio nell’informazione. Recentemente invece ha avuto molto risalto l’iniziativa del Times, sotto forma di campagna di sensibilizzazione, intitolata Cities fit for cycling. Questa campagna, nata in seguito ad un grave incidente occorso ad una giornalista dello stesso Times, ha definito delle proposte concrete per una sicura mobilità dei ciclisti nell’ambiente urbano. In Italia l’iniziativa è stata ripresa dalla campagna Salviamo i ciclisti alla quale ha fatto seguito il disegno di legge n.3161 Interventi per lo sviluppo e la tutela della mobilità ciclistica (primo firmatario il senatore Ferrante).

I principali punti previsti dal disegno di legge sono: dotazione per gli autoarticolati di speciali dispositivi/sensori per segnalare la svolta e protezioni laterali salvaciclisti; individuare i 500 incroci più pericolosi del paese e dotarli di semaforo per ciclisti. L’intento del disegno di legge è anche quello di favorire questa mobilità ecologica tramite: la destinazione del 2 % del budget delle Società di gestione di strade e autostrade per la creazione di piste ciclabili; introdurre il limite di 30 km/h nelle aree residenziali; nomina di un responsabile comunale alla ciclabilità.

C’è molto da fare per trasformare l’Italia in un paese più vivibile per quanto riguarda la mobilità. Seppure questo nostro è un paese in cui gran parte della superficie è collinare e montagnosa, ossia difficile per l’uso del velocipede, è anche vero che la maggioranza della popolazione vive nelle zone pianeggianti e costiere. Inoltre la maglia dei centri urbani è costituita da piccoli e medi centri relativamente vicini. Aggiungiamo poi la latitudine del paese che, come si sa, favorisce il clima per attività all’aria aperta e quindi è anche adatto all’uso di questo mezzo più di altri paesi europei. A parte alcune città, ‘isole ciclistiche’ che sono riuscite a superare l’arretratezza culturale e infrastrutturale quali freni di questa mobilità ecologica, l’Italia rimane un paese orientato a favorire il mezzo motorizzato piuttosto che quello a pedali.

Conseguenza della mobilità così strutturata è l’elevato inquinamento atmosferico, ma soprattutto un elevato numero di incidenti che coinvolgono i ciclisti: siamo il terzo paese per numero di morti (263 nel 2010), dopo la Germania (462) e la Polonia (280). Nella Saccisica nel 2009, sono stati 40 ciclisti coinvolti in incidenti stradali, v. fig.1. Un dato che può sembrare basso rispetto alle 351 auto o ai 69 motocicli. Ma questi dati rispecchiano nient’altro che il tipo di mobilità esistente, ancora centrata quasi esclusivamente sull’auto.

fonte: elaborazione su dati Regione Veneto

Se le cause del ritardo dell’adozione di una mobilità ecologica e salutare, dipendono in questo piccolo territorio anche dalla cultura della mobilità, anche il ritardo delle infrastrutture ha fatto la sua parte; inoltre, oggi, molte piste ciclabili realizzate presentano delle barriere architettoniche che non facilitano l’uso del velocipede. Le foto che seguono sono solo alcuni casi d’esempio su quanti tipi di problemi il ciclista deve affrontare; le presentiamo, sperando che l’amministratore sia così ‘sensibile’ ad adoperarsi e risolvere questi grandi problemi della mobilità cittadina.

Polverara 2012: questo piccolo centro della bassa padovana dà l'esempio dei pericoli attuali della circolazione stradale. Questo in foto è proprio il centro del paese: sulla destra, appena dopo la curva si può vedere una scuola. In questa curva, che sta per essere affrontata dall'auto, sono successi gravi e tragici incidenti (vedere la cronaca locale). Inspiegabilmente, nonostante sia il centro abitato, gli incidenti successi, la presenza della scuola e la mancanza di una pista ciclabile, il limite è ancora di 50 km/h. Nessun amministratore si è premurato di abbassarlo a 30 km/h, velocità che da più sicurezza e vivibilità alla città!

Piove di Sacco, via Garibaldi: come si sà nel nord Italia a volte nevica anche nelle città di pianura.. e spesso le piste ciclabili vengono usate come deposito di detriti spazzati dalla sede stradale (quella riservata alle auto!). Non succede mai il contrario!

Piove di Sacco, via Vittorio Veneto: questa pista ciclabile apparentemente sempre perfetta, l'ideale per un ciclista: spaziosa, priva di ostacoli, protetta, sicura. In realtà, guardando bene, essa è stata costruita rialzata dalla sede stradale creando così un gradino di alcuni centimetri (il cordone giallo in foto) che impedisce sia l'accesso sia l'uscita. Ai tecnici progettisti e ai politici che hanno firmato questo progetto: come faranno i residenti delle abitazioni lungo questa pista ciclabili ad accedervi? Devono proseguire lungo la normale strada sino alla fine o inizio della pista, per trovare lo 'sbocco' d'accesso?

Legnaro: spesso le piste ciclabili presentano dei veri e propri rischi per l'incolumità del ciclista. In questo tratto di pista, lo spazio insufficiente rende pericolosissimo il transito. Si aggiunge inoltre il pericolo provocato dal balcone della casa aperto. Quì si può intervenire almeno segnando in giallo il tratto della segnaletica orizzontale ed eliminando il marciapiede privato rendendolo fruibile dai ciclisti, in modo da guadagnare spazio.


Giorni di nuovi casi giudiziari per la nostra rappresentanza politica

10 aprile 2012

«Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’esterno e in preda alla parte peggiore della nazione» (G. Garibaldi, 1880)

Giorni di nuovi casi giudiziari per la nostra rappresentanza politica. Ennesima e ributtante vicenda che fa parte oramai e purtroppo, di una ripetizione. Le cronache ci consegnano questi casi che sembrano comportamenti ricorsivi e proprio per la loro frequenza, denotano, possiamo dire, una consuetudine. Questo è il livello dell’attività partitica del paese dove la mancanza di trasparenza, l’affarismo, il sotterfugio, la disonestà, il nepotismo, stanno diventando la normalità, una consuetudine. Oramai ogni partito, chi più chi meno, ha dimostrato di essere un abile interprete di questo modo di operare, dove principalmente è il denaro che sottende a tutti questi casi giudiziari, ma non solo; casi che si ramificano nel paese facendo dell’Italia terreno di rizomi delinquenziali. Questi casi, pienamente o vagamente illeciti oppure inopportuni, germogliano, si allungano, si ramificano per un lungo tempo nel nascosto, permeando enti, interessi, persone, di un marciume che sembra non si riesca a svellere.

Questi sono anche giorni di elezioni amministrative. Riflettendo sulla presentazione delle liste e alla corsa per un posto in lista, osserviamo apparentamenti stonati e di comodo, anche inconcepibili a chi sta fuori dai partiti, cioè gli elettori; e poi liste civiche di interesse, candidati camuffati e primarie truffate, passaggi di partito (in tempo opportuno), divisioni e litigi e infine candidature per una ennesima rincorsa allo scranno, principale o secondario che sia, la quale fomenta il sospetto che si usi la politica per avere una platea pubblica da esibirsi o peggio, conquistarla per operare con interessi di parte.

Avvicinandoci ancor più a livello locale poi, si assiste ad un ulteriore atteggiamento della politica: praticamente il blocco dell’attività amministrativa; là dove rivalità personali, tattiche, strategie partitiche in vista di.., segnano gli ordini del giorno dei consigli comunali diventati occasionali, spesso rinviati o tenuti per la normale amministrazione; cioè il tutto mantenuto in funzione senza urtare gli equilibri partitici.

Scorrendo così il panorama politico dalla piccola alla grande scala, si svela un affarismo di partito, e forse illecito (con i soldi dei rimborsi elettorali, cioè dei cittadini), pseudo competizioni elettorali e assenza di attività amministrativa. Nulla di nuovo nel paese. Tutto sa di marcio.

Se il denaro e potere sono sicuramente il movente principale, vi sono altri aspetti che non vengono considerati e che legano tutte e tre queste situazioni: vi è soprattutto l’esagerata ambizione personale. Su questo aspetto vogliamo soffermarci.

L’ambizione di ricoprire cariche per soddisfare il proprio egocentrismo, soltanto per rimanere nel piano del lecito, o per soddisfare la realizzazione di sé, mancata nel normale status di cittadino, spesso per non essere riusciti a formare una propria competenza, porta a inseguire con ogni mezzo le cariche pubbliche o private (di enti o di partiti); quel traguardo che consente di apparire e decidere: le due principali azioni dell’ambizione umana.

E’ questa classe che forma il sistema politico: quella ambiziosa in modo insopportabile. E la troviamo ad ogni livello: dal grande circo politico nazionale a quello più piccolo del teatrino locale. Cambia la dimensione dell’ambiente in cui opera, ma uguale è il suo comportamento. Si osserva da un lato le quotidiane interviste di segretari di partito, presidenti di partito, capi-corrente, capi-area di partito, ribelli di partito, transfughi di partito, ex di partito: non c’è paese europeo in cui i politici rilasciano così tante interviste ai quotidiani e ad altri mezzi di informazione. Tutti hanno una loro autorevole posizione da esprimere, ma poco si trova di interessante.

A livello locale invece, le opportunità di apparire sono diverse; così troviamo commenti su ogni minimo fatto di cronaca; ma soprattutto si approfitta delle intramontabili inaugurazioni: si inaugurano nuove illuminazioni pubbliche, piste ciclabili, una qualsiasi sala e poi, una nuova moda, si inaugurano pure le rotonde.

L’esagerata ambizione è comune ad ogni grado di fare politica ed è un vizio che è presente nei tre casi che abbiamo citato all’inizio, nei quali emerge il tipo politico di leader: colui che ha raggiunto il massimo stadio dell’ambizione politica.

La propaganda, l’esibizione pubblica, l’apparire, induce all’imitazione e all’adulazione. Ci troviamo così ad assistere al fenomeno del cosiddetto ‘culto del leader’, dove gli iscritti ad un partito assomigliano più ad adepti di una setta religiosa, accecati dalla figura carismatica del capo, che non a persone razionali impegnati ad offrire il loro contributo per un’idea della società.

Negli scandali di partito di questi giorni, nelle corse elettorali o nello stallo della pratica amministrativa, l’esagerata ambizione e il personalismo, sono i connotati che legano tutti questi aspetti della politica. Essa è quindi una causa delle ‘malefatte’ o dell’inettitudine della politica.

Se la guida e le decisioni è demandata al capo, quel personaggio che tutto è e da tutti adorato, è eliminata la partecipazione aperta e così più probabile è cadere nel malcostume, perché scarso è il controllo interno come pure manca il coraggio di controllare. Se ogni corsa elettorale è mirata a soddisfare innanzitutto la propria ambizione, più probabile è la mancanza di competenza, cioè sarà una politica degli inetti. Se un’amministrazione è soggetta alle tattiche di partito in vista di accordi per piazzare ‘propri uomini’ ambiziosi di cariche, in certi posti, vi sarà una pratica politica che vede solo la propria parte e non il tutto.

Per cambiare il paese o la politica delle nostre piccole città, e sradicare quei rizomi dei cattivi comportamenti, si deve iniziare a superare il leaderismo, il personalismo e l’esagerata ambizione dei rappresentanti politici.

I meccanismi di un sistema politico sono complessi da riformare e adattare per un politica pulita. Perciò il tempo delle rappresentanze politiche costituite da capi che non solo decidono tutto, ma che pretendono di decidere per sempre, deve terminare. E deve iniziare una cultura politica dell’interesse generale sul particolare; della modestia sull’esibizionismo; della normalità sull’apparire; della partecipazione aperta sulle decisioni al chiuso; della sobrietà sullo spreco; della vera alternativa al conformismo; della competenza all’inettitudine.

Per un nuovo sistema politico, che ci privi delle tre situazioni citate, non è necessario soltanto elaborare nuovi meccanismi, ma si deve partire dalle persone e dalle loro idee. Solo così potremmo, riprendendo la citazione di Garibaldi, costruire un’altra Italia: quella ricca all’interno e rispettata all’esterno e non più in preda alla parte peggiore della nazione.